Il linguaggio di Kende
Dissolvismo: lo stile di Kende tra memoria urbana e dissoluzione
Costruire un segno e poi lasciarlo consumare, come succede a un muro o a un vagone dipinto.
Mi chiedono spesso cosa intendo quando parlo di Dissolvismo. È la parola che ho scelto per raccontare quello che faccio da anni sulla tela: costruire un segno e poi lasciarlo consumare, proprio come succede nella realtà a un muro o a un vagone dipinto. Non è un’etichetta che mi sono inventato a tavolino — è il nome che ho dato, dopo tanto tempo, a un processo che avevo già dentro le mani.
Cos’è il Dissolvismo
Viviamo in un tempo che corre. Tutto cambia più in fretta di quanto riusciamo a metabolizzare, e i ricordi si accavallano gli uni sugli altri prima ancora di essersi depositati — strati di memoria che si sovrappongono senza che nessuno abbia il tempo di distinguerli.
Dipingere, per me, è l’atto di fermarmi abbastanza a lungo da lasciare che uno strato si posi prima che arrivi il prossimo: costruire, cancellare, ricostruire, fino a portare sulla tela quello che normalmente scorre via senza che nessuno se ne accorga.
Non è nostalgia per un passato più lento. È un respiro imposto a un processo che nella vita reale non ne avrebbe. E come succede agli oggetti che invecchiano bene — il legno, la pelle, tutto ciò che porta addosso i segni di chi lo ha usato — quello che resta non è un difetto: è quello che dà valore alla materia. Chiamo Dissolvismo questo modo di lavorare.

Il Dissolvismo è la pratica che trasforma il dissolvimento — del segno urbano, del tempo, della memoria collettiva — in materia pittorica.
Non rappresenta la rovina. Non la commemora con nostalgia. La usa: il colore steso e poi in parte tolto, lo strato costruito sopra un altro strato già logorato, la superficie lavorata e ripassata più volte finché non porta addosso lo stesso vissuto di un muro esposto per anni. Dissolvere, in questo senso, non è distruggere: è il processo attraverso cui una cosa smette di essere solo sé stessa e comincia a essere anche traccia di sé.

Perché Dissolvismo, e non solo calligraffiti
Il calligraffiti nasce dalla fusione tra la gestualità dei graffiti e la disciplina della calligrafia classica. L’attenzione, in questa disciplina, va quasi sempre al segno nel momento in cui viene tracciato: la sua energia, la sua velocità, la sua precisione.
Il Dissolvismo sposta l’attenzione altrove — non al momento in cui il segno nasce, ma a quello in cui comincia a perdersi. Non lavoro per fissare il gesto nel suo istante più netto: lavoro per portare sulla tela ciò che succede dopo, quando quel segno viene coperto, eroso, dimenticato. È lo stesso alfabeto visivo del calligraffiti, letto al contrario — non la nascita del segno, ma la sua sparizione.
Perché questo nome: Dissolvismo

Ho sempre parlato del mio lavoro come calligraffiti. Ma guardando le mie opere mi accorgevo che mi ero allontanato molto dal concetto di calligraffiti originario, sentivo il bisogno di trovare una definizione precisa per quello che stavo facendo.
È successo passando la vernice e raschiando più e più volte con delle spatole di metallo in direzioni ed intensità diverse: guardavo le parole svanire pennellata dopo pennellata, e ho capito che era proprio quello il cuore del mio lavoro — gli elementi che, strato dopo strato, si dissolvevano. Dissolvismo.
Materiali, tecnica e palette
Lavoro in tecnica mista su legno, non solo pittura: interventi materici e colature che costruiscono fisicamente gli strati di cui parlo nei princìpi — un processo fatto di aggiunta e sottrazione, dove ogni passaggio lascia una traccia parzialmente coperta dal successivo.
Prediligo il grande formato orizzontale, un taglio che richiama la lettura di una parete urbana osservata nella sua interezza, più che quella di un quadro tradizionale.
La palette cambia da opera a opera — non è un elemento fisso della mia ricerca — ma il segno distintivo resta sempre lo stesso: la superficie costruita e poi in parte cancellata, fino a portare addosso lo stesso vissuto di un muro esposto per anni.

Come lavoro
Le mie opere nascono quasi sempre su commissione, pensate per raccontare uno spazio specifico o la storia di chi lo abita. Il risultato migliore si ottiene quando l’opera entra nel progetto fin dalla fase di progettazione degli ambienti — non come accessorio scelto alla fine per riempire una parete già arredata, ma come elemento con cui costruire l’atmosfera insieme al resto: la luce, i materiali, i colori, la funzione della stanza. Solo così riesco a interpretare davvero l’atmosfera, gli spazi e i desideri di chi vivrà quel luogo, invece di limitarmi a decorarlo.
Il metodo resta lo stesso di sempre. Tratto l’erosione, la sovrapposizione, la sbiaditura come strumenti compositivi, non come effetti da correggere — alcune di queste forze le controllo io, decidendo dove costruire e dove togliere; altre no, perché i materiali stessi continuano a reagire nel tempo.
Lavoro su superfici che, a differenza di un muro o di un vagone destinati prima o poi a essere ridipinti o lavati, restano: la tela e il pannello diventano l’unico luogo dove quella memoria può davvero durare. Non cerco la leggibilità immediata del segno, cerco la sua presenza — qualcosa che si riconosce anche quando non si può più leggere per intero.

Ogni opera, più che un’immagine decorativa, è un piccolo archivio: un modo per portare dentro casa la memoria di un luogo, di un momento, di chi quello spazio lo abiterà.
Scopri i miei lavori
Le opere che nascono da questo processo sono disponibili in edizione limitata direttamente sul sito, oppure su commissione, pensate su misura per lo spazio che le ospiterà.